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Ferdinando Bocconi (Milano, 11 novembre 1836 – Milano, 5 febbraio 1908) è stato un imprenditore e senatore italiano.
Intorno alla metà dell'Ottocento, egli inizia a lavorare con il padre come ambulante di stoffe e vestiti usati a Lodi. Nel 1865 apre, insieme al fratello Luigi, un piccolo negozio in Via Santa Radegonda a Milano, i Magazzini Fratelli Bocconi, primo emporio italiano di abiti confezionati maschili. Visto il successo, il negozio si trasforma nel primo grande magazzino italiano per la vendita di stoffe, abbigliamento ed arredi (1877), e apre filiali in varie città italiane. Il centro commerciale si chiama "Aux villes d'Italie" con sede in via Tommaso Grossi a Milano, poi ribattezzato "Alle città d'Italia". Verso il 1880 i grandi magazzini iniziano ad avvalersi anche della vendita per corrispondenza, attraverso cataloghi stagionali (gli "Album delle Novità"). Nel 1889 è inaugurata la nuova sede milanese in Piazza Duomo, che occupa 132 persone.
Ferdinando Bocconi manda i figli a studiare in Svizzera e Stati Uniti e quando, nel 1896, il figlio Luigi scompare tra i dispersi della battaglia di Abba Garima (nei pressi di Adua), fonda in sua memoria l'Università Commerciale Luigi Bocconi (1902). Nel 1906 è nominato senatore; due anni dopo, si spegne, a Milano.

Spesso alla Bocconi, per dire che uno ha ricevuto "il battesimo del fuoco", cioe' che ha superato con successo le dure prove richieste dall'"iniziazione", si dice che "è passato tra i leoni". Entrando alla Bocconi, infatti, non si puo' far a meno di notare che ci sono due leoni in pietra ad accogliere il visitatore, simili a quelli che spesso si trovano all'ingresso delle chiese, o all'ingresso del fonte battesimale all'interno di esse. La cosa strana pero' e' che questi invece sono posizionati al contrario, e sono entrambi rivolti verso chi esce alla loro sinistra.
E' il caso a questo punto di chiedersi da dove nasca il gesto un po' scaramantico di "passare tra i leoni" piu' e piu' volte. Pare infatti che, passarvi una volta sola porti sfortuna. Come mostra bene la foto qui sotto a destra, infatti, chi lo sa, evita accuratamente di farlo.
L'origine del gesto, a dire il vero, resta ancora misteriosa, ma c'e' un fatto storico molto importante legato al filgio del fondatore della Bocconi, valorosamente morto in battaglia. E se un po' di scaramanzia e' l'unico sale capace di ridare gusto ad un viaggio nella memoria, ben venga come condimento!

i leoni di abba garima
[Didascalia] A sinistra: Leoni del fonte battesimale, Pieve di Santa Maria Assunta in località Diecimo, al decimo miglio tra Lucca e Roma (Fonte: ©Mirko Urso e Gianluca Cinquilli/Luoghi Misteriosi, http://viaggi.libero.it/). A destra: Foto di Dario Pagnoni, titolo: io posso passare tra i leoni, voi no (http://www.flickr.com/photos/dariopagnoni/).

GUERRE COLONIALI ITALIANE IN AFRICA ORIENTALE (1882-1896)
1° marzo 1896-BATTAGLIA DI ADUA (ABBA GARIMA)
di Piero Pastoretto (Fonte, link-esterno: http://www.arsmilitaris.org/pubblicazioni/adua.pdf)

L'umano apprezzamento che un popolo guerriero mostra sempre verso il valoroso nemico sconfitto, portò l'arte e la poesia abissine a celebrare il coraggio e l'onore degli sfortunati italiani, tanto che Adua rimane ancor oggi, nella loro memoria, la Battaglia dei Leoni contro i Leoni.

L'IMPERO DEI TRE MILLENNI
La dinastia imperiale etiopica affonda le sue radici in un passato talmente remoto da poter essere definito addirittura "biblico".
Secondo la tradizione, il suo fondatore, Menelik I, sarebbe nato dagli amori di Salomone e della regina di Saba (ca. 1.000 - 950 a.C.). La leggenda narra che Menelik si sarebbe rifugiato nella città di Axum, posta nell'Acrocoro etiopico, e vi avrebbe fondato nel 986 il cosiddetto "Regno di Axum" o axumita.
La regione fu evangelizzata nel IV secolo d.C., ma in seguito la Chiesa etiopica seguì l'eresia monofisita di Eutiche, rompendo così i contatti con Roma e Costantinopoli per darsi una propria gerarchia ecclesiastica che faceva capo ad una sorta di pontefice locale detto Labuma. L'adesione alla religione copta rimase tanto salda e connaturata tra gli etiopi che, pur essendo praticamente circondati da genti di fede musulmana, si è sempre mantenuta intatta. È interessante a questo proposito sapere che lo stesso nome di Abissinia, con il quale si usa definire il paese, è di origine araba (mentre Etiopia è di derivazione greca), e deriva dalla tribù yemenita degli Habashàt che fusero la propria stirpe semitica con le popolazioni negroidi originarie.
Il regime politico della regione si conservò stabile nei secoli assumendo un'organizzazione di tipo feudale con al vertice il Negus, o Imperatore, ed i suoi Ras, ovvero l'aristocrazia terriera e militare che governava, godendo di molta libertà, le varie province. Come tutti i regimi feudali, quello del Leone di Giuda era perciò caratterizzato da un assai debole potere centrale e da un equilibrio alquanto precario, perché scosso da ribellioni e conflitti tra l'imperatore e la nobiltà; equilibrio capace però di rinsaldarsi istantaneamente quando una minaccia esterna faceva prevalere il fortissimo sentimento nazionale che accomunava popolo e aristocrazia. L'immobilismo delle istituzioni etiopiche subì una notevole scossa agli inizi del XVIII secolo, quando i ras assunsero una potenza e un'indipendenza sempre più spiccate finché, nel 1851, deposero l'imperatore della dinastia salomonica Giovanni V detto l'Idiota, e lo Stato passò nelle mani di una serie di usurpatori ciascuno dei quali, in ossequio alla tradizione, reclamava la sua lontana discendenza da Menelik.
La crisi convulsiva in cui era caduto lo Stato risultava tanto più grave in quanto, alle endemiche lotte civili interne, si aggiungevano negli anni Ottanta del secolo i pericoli esterni che insidiavano la stessa indipendenza etiopica: la calata dei dervisci musulmani dal Sudan e la penetrazione coloniale italiana dall'Eritrea.

PIAZZA DEI 500
Il 26 gennaio 1887 una colonna di 500 uomini tra nazionali, indigeni (i celebri ascari) ed irregolari, comandata dal tenente colonnello Tommaso De Cristoforis, che portava gli approvvigionamenti per la guarnigione del forte di Saati, cadde in un'imboscata presso il colle di Dogali. I guerrieri del ras Alula, circa 100.000 uomini, lasciarono in vita soltanto quei soldati che, feriti, furono creduti morti. Agli eroici caduti di Dogali, forse non tutti i romani lo sanno, fu dedicato un obelisco ed una piazza antistante la stazione Termini, che infatti si chiama Piazza dei Cinquecento.
L'Africa, all’epoca, è contesa e conquistata palmo a palmo dagli Stati europei e l'entusiasmo per il nuovo indirizzo della politica del Regno d’Italia, che nel 1882 si collega con Germania ed Austria nella Triplice Alleanza, assurgendo a pieno titolo al rango di grande potenza, è notevole negli ambienti della Sinistra al potere, tanto che si afferma che: "Le chiavi del Mediterraneo stanno nel Mar Rosso" (Ministro degli Esteri Mancini). Contemporaneamente l'Inghilterra del premier Gladstone, preoccupata dall'espansionismo verso meridione del movimento islamico dei dervisci, che oggi si direbbe fondamentalista, invitò l'Italia ad occupare Massaua, allora protetta soltanto da una piccola guarnigione egiziana, per costituire un antemurale all'avanzata incontrollabile delle bande musulmane. Avvenne così che, il 25 febbraio 1883, il colonnello Tancredi Saletta sbarcò sulla costa prospiciente la città con un battaglione di 1.000 bersaglieri, e dette inizio alla costruzione di quella colonia che, dopo un certo tergiversare del governo sui vari nomi possibili, fu chiamata Eritrea. Le autorità italiane si trovarono subito di fronte a due problemi militari: opporsi ai seguaci del Mahdi musulmano a nord-ovest, e penetrare in direzione dell'Abissinia ad ovest.
Il primo si risolse brillantemente nelle quattro successive vittorie di Agordàt (27 giugno 1890), Serobèti (26 giugno 1892), della seconda Agordàt (21 dicembre 1893) e di Cassala (17 luglio 1894).
L'espansione verso l'entroterra che precedette la campagna contro i dervisci portò invece allo scontro fra il più giovane regno d'Europa (35 anni) ed il più antico impero d'Africa (2700 anni). Scontro durante il quale, come abbiamo visto, a Dogali i leoncelli italiani ebbero da imparare dal vecchio Leone di Giuda.

IL GOVERNO CRISPI
Un mese dopo l'episodio di Dogali, il presidente del Consiglio Depretis rassegnò le dimissioni, ma Umberto I le respinse e il Gabinetto subì solo un rimpasto. Lo stanco ed ammalato statista sarebbe però sopravvissuto ancora solo poco tempo, poiché la morte lo colse in luglio, e l'incarico del nuovo Gabinetto fu offerto all'ex ministro degli interni Francesco Crispi. La reazione dell'opinione pubblica all'eccidio di truppe italiane in Africa fu scomposta: accanto alle manifestazioni di orgoglio nazionale offeso si levarono proteste popolari contro la politica del Ministero ed anche i cinici commenti da parte di personalità politiche che tendevano a minimizzare l'entità della sconfitta.
Destò ad esempio scalpore il commento del ministro degli esteri Di Robilant, il cui parere era di non dare "troppa importanza ai quattro predoni che possiamo avere tra i piedi in Africa".
Ma il Governo non ebbe neppure l'appoggio degli uomini di cultura: Carducci si rifiutò di partecipare ad una commemorazione dei morti di Dogali e D'Annunzio li definì "i quattrocento bruti morti brutalmente".
Certo è comunque che Crispi, uomo tutto d'un pezzo, ex rivoluzionario mazziniano, ex garibaldino, era la personalità meno adatta ad abbandonare una partita rischiosa, anche quando questa era stata cominciata da altri.
Già nell'ottobre del 1887 partivano dall'Italia due grossi contingenti agli ordini del generale Di San Marzano, il Corpo Speciale d'Africa ed il Corpo di Rinforzo (13.000 uomini e 1.300 quadrupedi). Pochi mesi dopo, in aprile, il San Marzano ritornò in patria con buona parte delle truppe e venne sostituito dal generale Antonio Baldissera (l'unico alto ufficiale dell'Esercito che da giovane avesse militato nelle file austriache) il quale, con le pur magre forze a disposizione, ristabiliva energicamente la situazione militare. Quella di Adua fu per Menelik una vittoria sterile di risultati.
Poco dopo la battaglia, il 20 marzo, egli dovette ritirarsi dalla regione, sciogliere l'esercito e lasciare l'iniziativa agli italiani. Baldissera sbarcò il 4 marzo (soltanto tre giorni dopo l'eccidio) con gli aiuti tanto invocati da Baratieri, e furono gli italiani, e non gli abissini, a dare pietosa sepoltura alle ossa dei caduti; e se la situazione interna del Regno lo avesse consentito, sarebbero stati in grado di riprendere un'offensiva in grande stile già nell'estate del 1896. Invece, la sconfitta in un episodio d'armi segnò soprattutto la sconfitta di una linea politica e di un uomo, che non era Baratieri, ma Francesco Crispi.
Così, il 18 maggio 1896, sembrò che l'Italia volesse sbarazzarsi persino del ricordo di tale disastro ed il tricolore fu ammainato nel forte di Adigrat che il generale Baldissera aveva riconquistato, benché non ci fosse alcun nemico a minacciarlo; e per soprammercato, Cassala, luogo di una nostra splendida vittoria contro i dervisci, fu ceduta agli inglesi.

ADUA, UNA DISONOREVOLE "BATOSTA" POLITICA
Commentò sulla Nuova Antologia il generale Domenico Primerano, capo di Stato Maggiore: "Adua fu un doloroso episodio militare, ma non dell'importanza che gli si volle attribuire, e sarebbe stato riparabile all'indomani, se avessimo avuto la calma, la serenità e la fermezza di propositi che erano richieste in quel momento".
Identica era l'opinione del Times, che osservava: "Adua è un disastro militarmente inferiore all'apparenza, politicamente gravissimo". In patria, come è costume italico di tutti i tempi, si discusse e ci si azzuffò sulle ragioni della sconfitta, che furono di volta in volta attribuite a fattori diversi e contrastanti: ai poco chiari ordini d'operazione emanati da Baratieri; alla pessima esecuzione da parte dei comandanti di brigata dei chiari ordini di Baratieri; al telegramma di Crispi che esasperò il generale e lo indusse ad un colpo di testa avventato mentre i rinforzi stavano sopraggiungendo; alla composizione delle truppe, formate da elementi raccogliticci e da scarti di altri reparti; alla deficienza di informazioni sul nemico; all'avventatezza di Albertone che era passato in testa alle altre colonne; alla mancanza di carte militari; alla scarsezza di munizioni e vettovaglie.
Le reazioni dei partiti, dei giornali e degli uomini politici furono, come è tipico da noi, scomposte ed esagitate.
I socialisti esultarono, perché era venuta in terra d'Africa la "batosta risolutiva" auspicata da Turati. Sui muri della caserma Sant'Ambrogio di Milano una mano scrisse: "Soldati, non andate al macello! Viva la bandiera rossa, viva Menelik!".
Esultarono anche i cattolici dalle pagine dell'Osservatore Romano e della Civiltà Cattolica. Nella piazza la folla gridava "L'esercito è vigliacco!", mentre il radicale Imbriani e Felice Cavallotti premevano sul governo perché Baratieri non fosse giudicato da un Tribunale Militare, ma da un'Alta Corte di Giustizia formata da nove deputati.
Lo stesso Imbriani il 30 novembre propose alla Camera che l'Italia si ritirasse definitivamente dall'Eritrea, ed Andrea Costa di rimando gridava in piena Aula: "Neanche più un soldo per l'Eritrea! Neanche più un soldo per l'Africa!"
Ad un anno di distanza, il 16 ottobre 1897, Alfredo Panzini, dalla Nuova Antologia, ricorreva invece al sarcasmo parafrasando l'esclamazione di Francesco I dopo la battaglia di Pavia: "Tutto è salvo fuorché l'onore!"
Diciassette anni dopo, nel 1913, l'uomo politico Georges Sorel denunciò in una lettera privata che gran parte della diluviante campagna anticolonialista che si era riversata sul Governo e sulle Forze Armate nei mesi successivi ad Adua fu pilotata da agenti della Francia per indebolire la compagine interna dell'Italia e quindi, indirettamente, la Triplice Alleanza. Può certamente esser vero, e senza dubbio l'operazione fu ben orchestrata ed ottenne i suoi frutti. Di Rudinì, il Re e l'Esercito furono spaventati.
Umberto I inviò a Menelik venti milioni di lire oro come rimborso spese di guerra, offerta che il negus commentò come un atto di sudditanza; lo Stato Maggiore, a sua volta, congedò le classi di riserva che stavano per partire per l'Africa; il Governo, poi, di Africa non voleva più neppure sentirne parlare.
È però anche vero che l'onore non fu affatto perduto, come insinuava Panzini, o almeno fu perduto dai politici ma non dai militari, poiché dalle inchieste successive ad Adua emerse il comportamento assolutamente impavido dei nostri soldati e dei nostri ufficiali, peraltro riconosciuto dallo stesso nemico.
E l'onore, tutto sommato, non fu perduto neppure dall'Italia nel suo complesso. La proposta Imbriani di abbandonare l'Eritrea fu respinta dalla Camera con centoventisei voti contrari e solo ventisei favorevoli. Ed un prestito nazionale aperto dal Governo per le spese sostenute nella guerra in Africa fu coperto ventidue volte più del richiesto!
Alla fine, si voleva qualcuno da linciare e si fece un gran baccano sui generali superstiti delle Brigate che combatterono ad Adua. L'inchiesta, lunga, noiosa, e come naturale caratterizzata dal solito penoso rimpallo delle responsabilità e dai soliti articoli velenosi sui giornali, li riconobbe tutti incolpevoli.
I generale Oreste Baratieri fu processato davanti al Tribunale Speciale Militare, che lo assolse dall'accusa di aver attaccato il nemico con certezza di insuccesso e di avere abbandonato il posto durante la ritirata.
Pertanto non accolse la richiesta del Sostituto Avvocato Generale Bacci di una pena di dieci anni di reclusione militare. Tuttavia nella sentenza si legge: "Il Tribunale non può astenersi dal deplorare che la somma del comando, in una lotta così disuguale e in circostanze tanto difficili, fosse affidata ad un generale che si dimostrò tanto al di sotto delle esigenze della situazione".
Nonostante i meriti di guerra che Baratieri aveva colto nelle campagne contro i dervisci, e la grande popolarità che per le sue vittorie lo aveva circondato negli anni recenti, venne allontanato dall'Esercito.
Adua, in ultima analisi, fu una strage inutile perché portò al precipitoso abbandono dell'intera impresa d'Etiopia.
Addossare la colpa a qualcuno, dal momento che si trattò in realtà di un complesso di colpe che investivano politici avari di risorse finanziarie per le colonie ma desiderosi di azioni belliche di grande prestigio, diplomatici come l'Antonelli leggeri e per lo più ignoranti della situazione etiopica, autorità coloniali impreparate, e militari o troppo riflessivi o troppo audaci, ma comunque imprudenti nell'affrontare l'affrettata marcia finale, sarebbe tutto sommato ingiusto.
Potremmo pensare invece che, all'origine del grave cumulo di errori commessi in quel frangente, vi fosse una ragione comune: l'Italia come Nazione, Regno e Stato Unitario, da poco formata, da poco uscita da un lungo Risorgimento, ancora fragile per i numerosi problemi interni, con una classe politica ancora in formazione, era troppo giovane ed immatura per tentare un'impresa coloniale di grande respiro come quella d'Etiopia. Altri Paesi avevano intrapreso la via dell'espansione coloniale dopo secoli di unità, ed erano in grado di sopportare le inevitabili battute d'arresto ed i rovesci che queste guerre a scadenza quasi regolare richiedevano: dai massacri in Algeria alla sollevazione dei cypois, dalle campagne contro gli zulu a quelle contro i boeri.
Noi, arditamente, o poco assennatamente, volemmo affrontarla dopo pochi decenni. E l'inesperienza di tutti ci fu fatale.
Ma Adua non fu soltanto un disastro più morale che materiale per la politica italiana. Le brevi note di costume e di cronaca che abbiamo voluto introdurre non devono farci dimenticare il suo aspetto umano, e che essa fu un eccidio tale da lasciare inorridito lo stesso Negus. Quando i suoi uomini gli chiesero di poter festeggiare la vittoria, egli vietò loro ogni manifestazione di esultanza poiché, tra le pietraie e le colline di quei luoghi dall'aspetto lunare, erano morti cristiani da una parte e dall'altra.
Adua sarà pur stata una sconfitta, un cumulo di errori strategici, un esempio di leggerezza militare. Non fu certo però, come i detrattori affermano, un disonore per chi la combatté.

Redatto da Francesca Romana Dell'Anno